Famulomachia

Finalmente sono finite le feste ( a parte l’Epifania, che è ininfluente), con lo stanchissimo e stancante rito dei regali. Ogni anno me ne tocca uno orribile, in genere suppellettili bizzarre da occultare appena possibile. Finito anche il giro delle visite: prima i cimiteri ( la voce dei morti , anche se non percepibile materialmente, è forte e chiara), poi i parenti e gli amici più vecchi di me, infine i giovani ( dulcis in fundo). Tra gli anziani che visito due volte all’anno e che sento qualche volta di più per telefono c’è una deliziosa ed elegante ottuagenaria  che era amica di mia madre e che mi ha visto nascere. Questa signora, perfettamente compos sui ( ha una lucidità mentale invidiabile), curata nell’aspetto, fresca nelle emozioni, madre di due sessantenni, nonna e bisnonna, vedova da tempo, mi racconta che le due donne di servizio che l’accudiscono la trattano come una vecchia scema, e la sgridano a più non posso.  Ora, la poverina non è  autosufficiente, a causa di una dolorosa malattia, ma non per questo dovrebbe essere considerata demente! Le signore che si occupano di lei vengono regolarmente retribuite: eppure si arrogano il  diritto di rimbrottarla perché vizia il cagnolino e perché non si lava le mani ogni due minuti. Perché una donna che ha dato tanto, a tutti, che è sempre stata generosa e disponibile, deve immiserirsi trascorrendo i suoi ultimi anni in sterili ed avvilenti beghe con le domestiche? Lo so che accudire i vecchi è noioso e stancante, ma se uno non se la sente faccia dell’altro: ad esempio i cessi della stazione non rompono le scatole e non discutono: vada a pulirli! Io penso che talvolta il sano, proprio perché tale, si sente superiore al malato, e gli fa pesare questa presupposta superiorità. Forse non hanno tutti i torti i Giapponesi che, piuttosto che affidare i loro vecchi ad estranei, preferiscono progettare servizievoli robot che li accudiscano. Che diamine! Se fossi incapace di prendermi cura di me stessa non esiterei a invitare la fantesca a farsi sodomizzare, se osasse rompermi le scatole. Ho consolato la signora in questione ricordandole che è fortunata a rimanere nella propria casa, tra gli oggetti che le sono cari, con il figlio maggiore che abita vicino a lei: per fortuna è benestante e può permettersi un’assistenza domiciliare. L’ho lasciata un po’ più confortata, ma pronta, con le poche forze che le restano, a riprendere la battaglia per salvaguardare un briciolo di autonomia e uno sprazzo di dignità.

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I vecchi dei vecchi

Nulla mi intristisce di più dei miei coetanei afflitti da genitori, suoceri, zii di età avanzatissima. In genere questi vegliardi pretendono la totale attenzione dei parenti un po’ meno vetusti, e li assillano per sapere quando andranno in pensione per fare i badanti a tempo pieno. Naturalmente questa prospettiva agghiaccia il sessantenne, che cerca di lavorare fino allo stremo delle forze, odiatissimo dai giovani disoccupati o precari che gli gufano intorno. Quando proprio non ce la fa più il tapino si ritira dal lavoro, ma non lo dice al parente ottuagenario, per non diventarne schiavo. E’ l’altra faccia della vecchiaia, quella che resiste indomita, impregnata di egoismo e decisa a seppellire quanti più parenti possibili. Ieri ho incontrato un’amica che mi ha confermato il suo imminente pensionamento . “ Guai però se lo sapesse mio padre! Licenzierebbe subito la badante per mettermi al suo posto, così risparmia. Non glielo dico mica, non sono scema!” Psicologicamente questa signora sessantenne è tornata un’adolescente che mente al severo genitore. Mi sono, ovviamente, un po’ turbata e intristita. Ma se la cura dei genitori è dovuta,  e quindi comprendo certi sacrifici, non trovo una spiegazione ai legami che permangono tra donne divorziate o vedove e gli ex suoceri. Un’altra mia amica, ampiamente tradita dal marito con la bambinaia dei figli, dopo un esaurimento e il divorzio dal fedifrago è rimasta in contatto con la madre di quest’ultimo, una soave vecchina che si è fatta accudire dalla tradita fino all’età di 95 anni, quando finalmente si è spenta. L’ex nuora, evidentemente gratificata dall’affetto che l’anziana donna le dimostrava, l’ha accudita per un ventennio, permettendo così al gaudente e alla fantesca una vita spensierata, non afflitta dalle cure parentali. E per fortuna che la povera signora era dolce ed affettuosa: conosco dirigenti spietate, funzionarie temutissime, dottoresse algide che diventano fanciulle tremebonde al cospetto del genitore novantenne, che magari le rimbrotta aspramente coram populo. Non sempre si riesce ad accudire questi matusalemme testardi come muli: rifiutano la badante, minacciano di spaccare il bastone in testa ai figli preoccupati per la loro zoppia, pretendono di uscire da soli mettendo a repentaglio la vita dei ciclisti, si ostinano a gestire in prima persona i loro affari finanziari, facendo partire un embolo all’infelice bancario che li segue. Guai a contraddirli! Deploreranno la mancanza di rispetto di questi giovani. E non importa se i “ giovani” hanno ormai sessant’anni.

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Le anticaglie

Di antico in casa ci siete già voi: non occorre che trasformiate la vostra dimora in un museo, o, meglio, in un negozio di rigattiere.Ci sono improvvidi anziani che vivono in case scomodissime dove conservano ancora i mobili degli avi, gli orridi centrini della nonna e (Dio non voglia!) le impressionanti foto di famiglia. Nei loro polverosi salotti si possono “ ammirare” così i loro ritratti giovanili, risalenti al giurassico, le immagini degli sponsali in bianco e nero, quelle del viaggio di nozze con i felici coniugi in zatteroni e pantaloni a zampa di elefante, i ritratti della maturità con vestiti così obsoleti che sembrano costumi carnascialeschi. Per non parlare poi della progenie, o, se privi di prole, della parentela in genere: il volto angelico del nipote che attualmente è in prigione per spaccio, i boccoli d’oro della nipotina che si è trasformata in una pluridivorziata abbonata al chirurgo plastico, tutta una serie di genitori, zii, nonni che sono passati a miglior vita, e la cui vista non fa che intristire chi di tempo teme di averne più poco. Liberatevi di tutta questa paccottiglia: via, in un cassetto o in un baule, insieme alle vecchie lettere ( che dovreste bruciare, se foste saggi), ai cimeli di famiglia e agli allucinanti regali che non volete deturpino la vostra casa. Perché dovremmo essere schiavi del passato? Non siamo più quelle persone che ci osservano dalle foto ingiallite o con i colori sfocati, i vestiti fuori moda e le pettinature improbabili. Lasciamo andare i ricordi e viviamo il presente, abbandonando la zavorra del passato. Inutile che ce la stiamo a raccontare, inventandoci mitologiche adolescenze felici, trionfali giovinezze ed appaganti maturità, quando sappiamo benissimo che la nostra vita è stata un insieme inestricabile di gioie e sofferenze, di pene e di fugaci esaltazioni.  Voi pensate che gli ospiti ammirino le vostre immagini giovanili: non è vero. la loro reazione, a stento dissimulata dalla cortese maschera delle convenzioni sociali, spazia dalla compassione (“ poverino/a, come s’è ridotto/a”) all’irrisione (“ che orrore! ma quanti secoli ha? ai suoi tempi si vestivano proprio da schifo!”) Lasciate che chi frequenta la vostra casa possa immaginare come eravate, senza pensarci troppo, concentrandosi piuttosto sul presente e sul piacere di essere in compagnia di una persona anziana che non vive di ricordi e di rimpianti, ma che ha lo sguardo teso ancora al futuro.

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I vecchi e la televisione

Molti anziani passano le loro giornate a vedere programmi televisivi, il che è nocivo, poiché il rischio si rincoglionimento è incombente. Oltretutto è deleterio assistere alla pubblicità che riguarda gli anziani e  vedere gli stessi vecchi che compaiono nelle diverse trasmissioni. Facciamo alcuni esempi. L’ottuagenario proprietario di un’azienda alimentare in genere è ridanciano, svanito, legato alla tradizione e dedito alla beneficenza : controlla che siano usati ingredienti di qualità, sorveglia tutta la filiera, interagisce con francescana letizia con i clienti. Un industriale del genere, se esistesse, sarebbe già stato esautorato dei suoi poteri tramite interdizione, e bombato con dosi massicce di psicofarmaci. Un altro elemento ricorrente nella pubblicità è il vecchio che, ad onta di un problema fisico ( dentiera, perdite urinarie, ecc.) ha una brillante vita mondana e continua a fare strage di cuori. Ritengo truffaldino invitare gli anziani a tenersi il problema, usando appositi prodotti, anziché cercare di risolverlo. Nessun dentista serio suggerisce di usare una pasta adesiva per fissare la dentiera: aggiusta la protesi, invita il paziente a sostituirla con impianti al titanio… Così pure l’urologo le tenta tutte, prima di invitare il paziente all’uso del pannolone.

Peggio ancora sono i protagonisti di certe trasmissioni. Vedere le velone in atteggiamenti lascivi, semisvestite, ammiccanti, tentare goffi passi di danza e civettare con l’attempato presentatore stringe il cuore del telespettatore sensibile, che pensa: “ Anch’esse hanno figli, mariti, nipoti…Poverini, chissà che vergogna!” E invece no: i congiunti sono tutti tra la folla, orgogliosi, felici. In un paese normale si affretterebbero a cambiare cognome, pur di troncare ogni legame con vecchie che così evidentemente non hanno imparato nulla dalla vita, se scimmiottano in modo penoso le giovani vogliose di notorietà. Non parliamo poi dei corteggiatori e delle corteggiatrici over sessanta che arricchiscono il variopinto zoo della De Filippi. Civettano, provocano, si ingelosiscono, danzano, si commuovono, fanno battute birichine, come se fossero adolescenti in calore…Un vero e proprio schifo! La conduttrice dovrebbe essere accusata di circonvenzione di incapace.

Per non parlare poi delle vecchie glorie1 La contessa di Castiglione, divenuta vecchia, si ritirò in una villa priva di specchi, per non assistere al proprio sfacelo fisico. Ora, invece, tale sfacelo è esibito da parte dell’ex attrice sfigurata dalle plastiche e gonfia di botulino, dalla cantante che da quarant’anni pigola la stessa canzone, dall’opinionista che, per restare sulla cresta dell’onda, ricorre all’insulto e alla pubblicazione delle proprie memorie in cui sono coinvolti politici tanto famosi quanto defunti.

Per fortuna i vecchi reali sono ben diversi da queste patetiche figure che inseguono il mito dell’ eterna  giovinezza: sanno che le tinture, i ceroni, i trapianti dei capelli non bastano a regalare la freschezza di idee, l’entusiasmo dei vent’anni… e così si godono la loro età, con le sue gioie, diverse ma non meno intense di quelle giovanili. Ognuno occupa un suo posto nella società: perché abbandonarlo per gareggiare in stupidità con i posteri?

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La cultura

Ora che vi ho dissuaso dal dedicarvi alle opere pie, alla rovina dei nipoti, alla frequentazione ossessiva di medicastri e legulei, mi sento in dovere di avvertirvi dei pericoli insiti nelle attività culturali. Molti, a una certa età, sentono l’impellente necessità di tramandare ai posteri le loro patetiche poesie, e i loro banali ricordi di gioventù. Dopo aver inviato il presunto capolavoro, senza successo, a una ventina di case editrici importanti, l’aspirante letterato contatta una piccola casa editrice locale, dove pubblica il suo presunto capolavoro a proprie spese. Tralascio le correzioni laboriose, i dubbi amletici sulla copertina, la ricerca del trombone locale che accetti di scrivere la prefazione. Quando l’opera è pubblicata si entra in un girone infernale che toglie in media tre anni di vita. Occorre organizzare un giro di conferenze, trovare un letterato che presenti l’opera ( e che invariabilmente parlerà soltanto di sé dimostrando di non aver capito una mazza), ingaggiare amici e parenti che fingano entusiasmo alle predette conferenze, ricattare ex allievi ( se si è prof.), ex dipendenti ( se abbiamo un passato di industrialotti) e così via, selezionare i meno idioti e istruendoli sulle domande da porre. L’incognita, in tali occasioni, è rappresentata dal solito nullafacente logorroico che infesta qualsivoglia assemblea pubblica per esternare i suoi deliri. I letterati più ricchi organizzano anche ricchi buffet, che richiamano folle entusiaste. Dopo questi faticosi esordi il libro in genere giace invenduto, a parte le copie che amici, parenti e famuli sono tenuti ad acquistare, imprecando orrendamente e associando il nome dell’Ente supremo a quello di animali che il volgo ritiene immondi. Il letterato sadico pesca a caso alcuni lettori coatti e li interroga perfidamente sull’opera che essi millantano d’aver esaminato, godendo sadicamente del loro imbarazzo. Entrati nel girone infernale dei letterati locali, è difficile uscirne. Si è costretti a presenziare a tutte le presentazioni di tutte le più nefande opere partorite dalla mente malata degli artisti velleitari della zona. E credetemi: neanche nel mondo degli spacciatori e dei mercanti d’armi alberga tanta perfidia come nel giro dei letterati dilettanti! Vale la pena affrontare una così inumana fatica? No, se vi prendete sul serio, sì se intendete divertirvi e fare un esperimento antropologico.

Anche gli aspiranti pittori soggiacciono a simili procedure, ma con qualcosa in più: devono gestire il rapporto con il Maestro, che in genere è un pallone gonfiato becero e vanesio. Quando vi sentite umiliati dalle sue critiche riflettete: se fosse un Leonardo redivivo, avrebbe  tempo da perdere con discepoli rozzi e poco dotati? Se vi diverte scrivete, scolpite, dipingete, ricamate, modellate vasi, ma senza aspirare all’immortalità, e, soprattutto, senza donare il frutto delle vostre fatiche a parenti e amici, che sarebbero costretti a riesumare, a ogni vostra visita, i vostri doni provvidenzialmente sepolti in oscuri cassoni e armadi.

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Medici e avvocati

Questi professionisti sono spesso le persone più vicine all’anziano. I primi lo sono per ovvii motivi: gli acciacchi aumentano con l’età. Gli studi dei medici di famiglia, d’inverno, sono zeppi di vecchi che confidano a cani e porci le loro malattie, dichiarano gli esami diagnostici cui si sono sottoposti, elencano le medicine prese. Compilano anche aggiornati elenchi dei medici di fiducia, di cui conoscono pregi e difetti. I dottori più gettonati sono quelli che prescrivono molti esami e medicine, e che non si dispiacciono di visitare a casa i malati, qualora ve ne sia la necessità. C’è però da dire che, per quanto bravo, il medico di famiglia non sempre accontenta l’esigente anziano, che talora impiega la pensione dividendola equamente tra lotterie e specialisti. La signora Carla, splendida sessantenne fresca di parrucchiere e d estetista, ritratto della salute, intrattiene amici e conoscenti con le sue epiche avventure in campo medico. La cara signora lamenta i malanni più peregrini, è stata vittima di incredibili diagnosi sbagliate, finché non si è rivolta a qualche luminare costosissimo ( si sa, i più bravi sono i più cari) che le ha dato un po’ di sollievo. Ma altri esotici mali l’attendono al varco… Carla riesce così ad essere sempre al centro dell’attenzione, lenendo la sindrome del nido vuoto, da quando i due figli hanno lasciato la sua casa, senza darle nemmeno un nipote .

Chi sta veramente male, talvolta, deve fare l’orribile esperienza del ricovero in ospedale. Non sto ad elencare le innumerevoli iatture che colpiscono il degente: le sveglie a ore antelucane, il cibo sciapo, la compagnia di pazienti fuori di testa…Si corre il rischio di essere del tutto sopraffatti. Occorre quindi premunirsi: al momento del ricovero bisogna pretendere la Carta dei Servizi ( da leggere accuratamente) per vedere rispettati i propri diritti . Se qualche infermiere maleducato osa darvi del “ tu” e chiamarvi nonno, rispondete con una delle seguenti frasi: “ Se avessi la disgrazia di essere suo nonno l’avrei affogata nel cesso quando era piccolo!” “ Non mi risulta che abbiamo frequentato insieme lo stesso bordello”  “ Protesterò per questo suo atteggiamento irrispettoso con il caro Pierfrancesco ( nome di battesimo del direttore generale dell’ASL)” C’è da dire, a parziale discolpa degli infermieri poco pazienti, che  alcuni anziani ce la mettono tutta per irritarli: si attaccano al campanello come il naufrago alla zattera, pretendono di consultare il menù all’ora dei pasti e trattano da puttane le infermiere ( diamine, qualcuna lo è, ma non generalizziamo!

Gli ospedali sono infestati da losche figure da evitare fingendo deliri e crisi isteriche : la Dama nullafacente che si sente così buona a visitare i derelitti, il Frate perennemente allegro anche alla presenza dei moribondi, perché pensa di doversi dimostrare dotato di santa letizia, neanche fosse il Poverello di Assisi, il Prete in caccia di pecorelle smarrite. Non avete tempo di intrattenervi con questi pittoreschi individui perché siete impegnati nella ricerca della verità. Sì: la vostra cartella clinica è custodita gelosamente dai medici neanche fosse il Santo Graal, nessuno vi dice cosa avete effettivamente e  della vostra malattia ne parlano ai vostri figli e nipoti, trattandovi da vecchio rincoglionito. Se abitate in una cittadina del vostro stato di salute , però, sono perfettamente edotti la signora Pina, madre del tecnico radiologo che vi ha fatto le lastre, il signor Piero, marito dell’infermiera di notte, e i coniugi Rossi, genitori di un giovane medico del reparto in cui siete ricoverato. Ben presto tutta la comunità, tranne voi, conosce diagnosi e cure della vostra malattia, e le vostre condizioni, di bocca in bocca, si aggravano sempre più, tanto che i vostri acerrimi nemici vengono a trovarvi ghignando e il vicino che da anni vi chiede di vendergli un appezzamento di terra vi sollecita ancora una volta, sospirando ipocritamente: “ Tanto, ormai, dietro non te lo puoi portare…” Per fortuna i profeti di sventura spesso non ci azzeccano: mi è capitato di vedere un arzillo vecchietto, abbronzato, che pedalava in bicicletta: era lo stesso che, a detta dei soliti gufi , sarebbe stato “ aperto e richiuso” e dato per spacciato un anno fa. Non appena la nostra salute s’incrina, ecco i parenti che ci chiedono ipocritamente se abbiamo “ messo tutto a posto”, e non intendono i piatti o gli armadi, no: alludono alle nostre proprietà, ai gioielli di famiglia e al nostro affezionato bassotto. Rassicuriamo l’indiscreto interlocutore con un ambiguo “ Ho fatto quanto dovuto”, senza dare spiegazioni. Ma in questo campo compare la mefistofelica figura dell’avvocato, di cui tratterò in seguito.

L’avvocato, purtroppo, è un professionista con cui tutti, prima o poi hanno a che fare. Deve essere però usato come una potente medicina:  solo nei casi di effettiva necessità. Famiglie, condomini, interi paesi sono stati rovinati dal ricorso smodato all’avvocato senza scrupoli. E’ facile che gli anziani caschino nella trappola dell’avvocatucolo famelico: basta che una matrona affermi, tutta tronfia, nella sala d’aspetto del suo medico: “ Ma quel prepotente l’ho sistemato io: gli ho fatto scrivere una lettera dall’avvocato Rossi” che tutti i vecchi presenti si sentiranno rosi dall’invidia e vorranno consultare il leguleio, di cui tutto il paese si fida in quanto la sua famiglia è nota da generazioni, fin da quando i suoi trisnonni penzolavano dagli alberi. Accade così che  gli insani vegliardi, coadiuvati dall’avvocato, intentino cause per i motivi più futili: al vicino per un diritto di passaggio, ai cugini per una eredità contesa, addirittura al mandriano le cui mucche un dì sono evase e si sono satollate dei cavoli degli orti limitrofi alla stalla. Inutile cercare di far ragionare il fanatico della legge, ricordandogli le lungaggini della giustizia, il costo della lite, le noie e gli odi che tutta la faccenda gli procura: egli gode nel “ farsi rispettare”, nell’accordarsi col legale, che solletica la sua vanità. Una causa è un’occupazione impegnativa e prestigiosa, di cui il vecchio può parlare con amici e conoscenti lamentandosi della controparte imbrogliona, dei testimoni spergiuri e dei giudici iniqui. Intanto le aule dei tribunali sono intasate e gli Azzecca – garbugli locali ingrassano. 

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Il lavoro

Succede che a sessant’anni e più si stia ancora lavorando. Questo viene considerato un peccato capitale dai giovani colleghi che svolazzano come corvi sulla vostra testa canuta ( o tinta). Eppure viviamo, in Italia, in una gerontocrazia, con un Presidente del consiglio ultrasettantenne, un Presidente della repubblica ultraottantenne e alcuni delfini sessantenni. Non tollero le persone che, incontrandomi per strada, mi chiedono: “ Sei in pensione, vero?” e al mio diniego esibiscono un’espressione tra il meravigliato e l’inorridito, come se avessero visto uno zombie. Siccome in gioventù ho accettato lavori precari, lontani da casa, poco gratificanti, non vedo perché i giovani d’oggi non debbano attendere con un po’ di pazienza il loro turno. Sia chiaro : so perfettamente che la situazione attuale è difficile, e mi auguro che il problema dell’occupazione giovanile sia risolto al più presto, ma non ho intenzione di suicidarmi professionalmente per permettere alla giovane signora di turno di lavorare vicino alla sua estetista di fiducia. Non so se avete notato: i datori di lavoro preferiscono i giovani perché questi ultimi sono pagati meno, sono più docili e maggiormente ricattabili. Per questo mettono in atto strategie più o meno sottili per far sentire inadeguati i dipendenti anziani. A volte si tratta di vero e proprio mobbing. C’è da dire che i vecchi sanno difendersi egregiamente: conoscono bene le complesse dinamiche del posto dove lavorano, riescono a seminar zizzania con sapienti pettegolezzi, solleticano la vanità o urtano la suscettibilità dei colleghi più vulnerabili. Spesso si divertono, nei loro ultimi anni lavorativi. Sanno però che devono cercare di tener celata la data del pensionamento: quando è divulgata la notizia che l’anno successivo andranno in pensione non vengono più considerati, sono morti viventi, ectoplasmi da ignorare. Occorre fare bene i propri calcoli: quando il lavoro si fa troppo faticoso, e l’atmosfera eccessivamente pesante, bisogna avere il coraggio di staccare. Non voltatevi indietro, ma proseguite per una nuova strada: non comportatevi come quelle cariatidi che si fanno invitare alle cene, partecipano alle iniziative dell’ex ditta, mal tollerate dagli antichi colleghi. Quando è il momento un taglio netto e via, verso nuove avventure!

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